Capitolo 13
nessuna fede a tutti nei dei, ma c'era poco che sfiderebbe la negligenza
un'osservanza esterna. Quando un uomo faceva che, nel Foro pubblico, lui
certamente fu posseduto di quel coraggio strano tipico del
Cristiano.
"Tu l'arte un schiavo."
Alyrus inarcò, mentre tenendo i suoi occhi su suo padrone e figlio, ora avvicinandosi
le legge-corti di marmo bianche e splendide.
"Quale è paese di thy?"
"Oltre i mari, la Sua riverenza."
Alyrus si voltò un paio di occhi neri contro l'interrogante. In loro
bruciato passioni ignote.
"Suo giovane padrone non inarca prima Giove."
"No"
"E perché, posso chiedere? Suo padre è, io so, un seguace fedele di nostro
dei. Perché non suo figlio, anche?"
Il portico, sormontato da un sollievo meraviglioso in marmo una copia di un
rappresentazione allegorica della giurisprudenza, portata dalla Grecia era
di fronte allo schiavo ed il prete. L'avvocato e Martius avevano
già svanì nelle ombre fresche dell'interno.
Per un momento, Alyrus esitò. Era una cosa terribile per un schiavo a
tradisca il figlio di suo padrone. Lui diede un pensiero volto indietro a quelli giorni
quando centinaio di cavallerizzi l'ammise capo, e data-palmi ondeggiarono
le loro braccio pennute sulla sua tenda; lui ricordò che lui era un schiavo,
comprato con un prezzo, e suo padrone l'aveva colpito. E lui ricordò
Sahira e le sue ferite lacere.
"Perché Martius, figlio di Aurelius è un Cristiano", lui rispose, ed in
il suo cuore era un'allegrezza terribile.
Lui stava camminando sui passi larghi, ora mentre il prete, posando un
mano che detiene sul suo braccio, detto: "Io vedo che tu l'arte un uomo per essere
avuto fiducia. Io sono interessato in questi Cristiano. Io sentirei più. Venga
a me domani, al Tempio dopo tramonto. Ci ritorna
ingresso nel vicolo. Chieda di Lycidon, il prete di Giove e
mostri il facchino questo simbolo. Ammetterà thee."
Il prete fu andato, ed Alyrus, mezzo-stordito stette in piedi sotto l'arco
tra due colonne alte e guardò fisso in giù alla lucertola di bronzo che lui ha contenuto